14 giorni al Centro Thabarwa

14 Marzo 2019

http://www.gofundme.com/9kkmm-kind

Questo è il mio quattordicesimo giorno passato al Centro Thabarwa.
È un’esperienza difficile da descrivere in poche pagine e poche righe.
Qui il tempo vola, speso nelle mille attività che è possibile svolgere. E se vieni qui per lavorare, per aiutare davvero, a maggior ragione questo tempo si dissolve, evapora, fra la luce del giorno e la notte.

Recentemente, nel gruppo whatsapp dei volontari del Centro di Thabarwa, c’è stata una discreta condivisione di fotografie, realizzate durante lo svolgersi delle molteplici attività della giornata.

I ragazzi che hanno fatto le foto, oltre ad aver fatto delle bellissime fotografie sono riusciti a cogliere l’atmosfera di Thabarwa.
Quella di quando ci si prende cura dei pazienti, dalla fisioterapia alla medicazione delle ferite. Quella di quando li intratteniamo e con la scusa li facciamo muovere. Quella di quando li laviamo, li vestiamo e li portiamo a “passeggiare” in sedia a rotelle.

Ci sono poi delle bellissime immagini della vita del villaggio: l’uscita del mattino con i monaci a fare la raccolta delle offerte.

La vita della piccola comunità dei volontari: il momento in cui si cucina, il momento in cui si medita, il momento in cui si dorme.

 

Io non riesco a fare foto. Sono così assorta nella mia routine quotidiana, nell’avvicendarsi di un compito e l’altro che proprio non mi riesce. E quando ci provo i risultati sono pessimi.
Invece alcuni miei colleghi, muniti di macchina fotografica, catturano momenti di poesia, anche nella situazione più difficile come quella di dare le cure a pazienti immobili nel letto da una vita.

Siamo circondati da bambini, monaci, cani, presenti nella nostra giornata e nelle nostre foto.
Ringrazio quindi i colleghi, volontari e fotografi, autori delle bellissime foto.
Ragazzi che possono essere seguiti alle seguenti pagine Instagram :

@aerniemczyk

@viajecomintensidade

C’è una bella energia, il popolo di Myanmar è un popolo mite, gentile, generoso.
Amo la generosità e sempre mi commuove vederla applicata da i più poveri. Anche qui come a Kolkata (Calcutta) ho assistito ad atti di carità fra poveri: l’uomo che dorme sulla strada e che ferma il Monaco per fare una donazione. È vero che qui la figura del monaco è importante e che è quasi d’obbligo dare un’offerta, ma ho fatto esperienza di atti di generosità ricevuti da parte di pazienti ed altre persone estremamente umili che in segno di simpatia e riconoscenza vogliono spesso offrirmi piccoli pasti, parte del loro pranzo, condividere con me quel poco che hanno. Di fronte all’avarizia del mondo dei grandi numeri queste esperienze suonano alle mie orecchie ed al mio cuore come grandi campane a festa.

Al Centro io ho iniziato aiutando nell’attività che in inglese è chiamata Patient Care. Cura dei pazienti. Il primo incontro introduttivo è stato con una giovane dottoressa spagnola appena laureata. L’ho seguita  il primo giorno al Rainbow Hospital, osservando e facendomi spiegare tutte le procedure per medicare i pazienti. A lavorare con noi c’era anche un’infermiera originaria di Genova, la mia città. Ho trovato questa coincidenza molto interessante. Ma lei non la pensava allo stesso modo. Giovane e schiva, rinnegava ogni appartenenza, fiera della sua vita e del suo lavoro in Inghilterra.

Ma la sua passione e cura per i pazienti erano indiscutibili e così ho ascoltato ed imparato il più possibile prima della sua imminente partenza. Sì perché qui molti volontari arrivano per tempi brevi. Bisogna abituarsi a vederli andare e venire.
Mi sono subito appassionata alle problematiche dei pazienti del Rainbow, che più che un ospedale è un ricovero per disperati, malati e bisognosi. È un posto frequentato da cani, gatti, scabbia, cimici del letto, batteri, virus, funghi e poi da persone. La natura, nella massima espressione di un ambiente adatto al suo sviluppo, qui la fa da padrona. E si manifesta in tutte le sue forme.

E così mi è sembrato essenziale non solo curare le ferite dei pazienti, ma anche aiutarli ad uscire da quelle piccole e grandi pene quotidiane che li relega ad una continua sofferenza. Dalla cura della scabbia, che li costringe ad un prurito continuo, penalizzando anche il sonno, alla cura e molto più importante prevenzione delle piaghe da decubito. Molti pazienti, passando intere giornate, settimane, mesi ed anni a letto incorrono nel rischio di sviluppare ferite, piaghe. Alcune piaghe raggiungono livelli talmente gravi da cronicizzare e rimanere permanenti, dolorose e fastidiose, presentando continue recidive.

Ad alcuni ho fornito materassi gonfiabili. I materassi erano stipati in una consolle desueta, conservati in condizioni a dir poco vergognose. Sporchi e coperti di escrementi di ratto e muffa.  Ho passato due settimane a pulirli e rimetterli a nuovo e devo dire che dopo averli assegnati ho potuto vedere buoni risultati nel recupero delle piaghe dei pazienti.

C’è molto da fare in questo “ospedale”… tutto da fare.

Nella mia mente c’è di individuare i casi estremi di scabbia ed infezioni micotiche ed intervenire nei letti lavando e disinfettando accuratamente da cima a fondo.

Quando sono in corsia, e queste persone vengono verso di me mostrandomi le loro pene, le loro sofferenze, chiedendo per un aiuto, una soluzione, io non posso e non mi sento di fare finta di niente. Non posso ignorarli o trattarli con sufficienza. Diventa urgente, subito priorità intervenire. Cerco soluzioni e se posso le attuo.

Devo ringraziare il prezioso aiuto di un gruppo coscienzioso di ragazzi e ragazze israeliani, Dan Elikam , Idan Ben Shalom, Chen Blecher ッ, e Elyakir Keren che mi hanno aiutata a pulire e ad assegnare i  materassi. Senza di loro sarei ancora persa nel tentativo di rimettere a nuovo il materiale e sarei molto lontana dalla mia meta. E invece grazie al loro impegno e desiderio di aiutare alcuni pazienti stanno già giovando di questi dispositivi ed ho potuto notare un netto miglioramento nello stato delle loro ferite.

 

Grazie mille per essere con me  ❤
Be K-IND, ci vediamo a Yangon!

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