Appunti sulla meditazione – 2 …e il numero 49

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27 Maggio 2019

Anche questo ritiro di meditazione è andato.

È incredibile come io ne senta il bisogno dopo intensi periodi di vita, dove ho accumulato emozioni per certi versi impossibili da processare perché troppo intense, dove ho accumulato esperienze ed eventi in quantità superiore alla media di tutta la mia intera vita.

Uso meditare con costanza quasi ogni giorno da qualche anno. Non faccio l’elenco di tutti i meriti di questa pratica, perché si trovano scritti in ogni libro e in ogni ricerca Google. Gli effetti sono visibili in ciò che è stata la mia vita negli ultimi anni e nelle azioni e negli effetti delle mie azioni. Sono insomma soddisfatta. Questa ricerca continua e quotidiana mi sfama e produce bellezza nella vibrazione dell’amore. Ma poche volte, nella quotidianità degli otto mesi di volontariato, mi sono concessa momenti per me, momenti di meditazione. Molto pochi. In otto mesi forse quattro o cinque volte. Quattro o cinque ore in otto mesi.

Ero troppo presa e coinvolta nella vita degli altri. Ero rapita dalla missione per la cura degli altri.

Ora, alla fine di questo capitolo, era urgente il “ritorno a casa”.
Era urgente ritrovarsi seduti ad occuparsi di se stessi, del proprio interno.

Una camera di decompressione, di rielaborazione di tutto l’intenso vissuto.
Un’opportunità per creare nuovo spazio, per ritrovare un vuoto. Un respiro. Il mio respiro. Non condizionato da quello di nessun altro.

Il ritiro di meditazione è tutto questo e molto di più. È quello spazio per te, per fare luce dentro te, chiudendo gli occhi, dando accesso al buio.

Mi sono goduta questi dieci giorni, immersa nel mio respiro e nei miei pensieri quando volavano alti e scappavano dalla calma del mie narici.

Il ritiro di meditazione è stato il mio regalo a me stessa. Me lo sono regalato a fine Dicembre, dopo l’esperienza di Calcutta al Centro di madre Teresa (clicca qui per leggere Appunti sulla meditazione – 1 …info tecniche ), e me lo sono regalato dieci giorni fa, chiudendo l’esperienza al Thabarwa Center.

I ritiri di meditazione sono normalmente a partecipazione gratuita. Viene chiesta una donazione alla fine del ritiro. Il centro provvede un letto per dormire e cibo sufficiente per i dieci giorni di permanenza.

Per questo motivo i servizi sono modesti. Si deve fare atto di umiltà nell’accogliere il necessario che viene offerto. Al centro di meditazione si devono abbandonare le pretese egoistiche. Dopotutto è gratuito.

Ogni studente ha un letto per dormire, un posto dove sedere in mensa ed un posto dove sedere per meditare nella Dhamma Hall (la sala dove si pratica meditazione seduta).

I posti erano numerati. Il mio posto era il numero 49. Tutte le volte che mi sedevo per mangiare osservavo questo numero. Tutte le volte che sedevo per meditare il numero 49 era lì ad aspettarmi.

Compio 49 anni ad Ottobre. Già più di mezza vita. Ogni giorno dovevo ricordarlo guardando quell’etichetta col numero del mio posto. Ed ogni giorno ricordavo anche quanto per 49 anni, solo in rare occasioni mi sono soffermata riflettendo sulla mia età. Siamo troppo presi a viverla questa vita. Siamo troppo distratti dalla corsa per renderci conto del tempo che passa. O forse siamo così presenti a noi stessi che non ha importanza fare resoconti. L’importante è esserci. Invece per dieci giorni ho avuto modo di pensarci, di prenderne coscienza.

Per dieci giorni ho potuto godere e soffrire di questa consapevolezza.
La frustrazione di non sentirsi cresciuti. Quante volte ripeto a me stessa: ” sei immatura, non sei cresciuta, sei un’adolescente”.  Misurare le paure, riconoscere che ancora alcune di quelle paure sono le stesse di quando eri una ragazzina. Vivere la frustrazione di non saperle vincere. Fare fatica a riconoscere quell’autorità che dovrebbe venire spontanea all’età dei circa 50. Combattere quotidianamente per riconoscersi quell’autorità.
E poi all’altro estremo osservare la consapevolezza e la gioia di riconoscere una saggezza emergere, nelle cose che si dicono, nelle cose che si fanno. Una saggezza che non può essere altro che il frutto del tempo che passa, di un’esperienza accumulata. Del buon senso nutrito in questi anni. Di un sapere che si produce solo col tempo, solo con la pratica. Che si produce solo con l’investimento della propria energia in cose impegnative, belle, nutrienti per se e per gli altri.

Raccontavo al mio psicologo che io non so da dove è scaturita quella maestria nel curare e medicare le ferite dei pazienti. Ma io l’ho potuta vedere. E non solo io. L’hanno vista i miei colleghi, i giovani che ho ispirato  e l’hanno vista i miei pazienti. E quando la notavo mi stupiva! E mi chiedevo incredula: “Ma dove l’ho imparata? Come faccio ad essere così brava? Non sono un’infermiera, ma so fare queste cose. Come è possibile?”.

Me lo spiego ora con quel 49 appuntato sul tavolo della mensa. Con la maestria che arriva dall’esperienza.
E che arriva anche dal desiderio di imparare e di migliorare con umiltà dagli altri.

Nel video introduttivo alla campagna di raccolta fondi a supporto del mio servizio di volontariato io mostro le mie mani agli spettatori e dico :

“Io so fare.
Queste mani sono state create per dar luogo a spazi, forme, sculture, disegni, dipinti, oggetti.
Queste mani sono il mio mezzo per donare”.

Era proprio vero. Io lo sapevo.
L’età non esiste, esiste una danza di sensazioni che suonano antiche e che ci fanno sentire bambini (il bambino insicuro, non quello gioioso); sensazioni che suonano acquisite e ci fanno sentire stabili ma anche annoiati; sensazioni che ci spingono all’azione, dove il timore non esiste. C’è solo presenza.

In mezzo a un giardino
la foglia di frangipani.

Calda e bianca quando giace a terra.

Scultura.

Mentre i profumi dei fiori abbracciano i miei sensi.

Io sono qui.

 

Grazie mille per essere con me  ❤
Be K-IND

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