I primi giorni a Shishu Bavan

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Ci sarebbero molte cose da raccontare dopo questi primi giorni trascorsi a Kolkata e al Centro di Madre Teresa.
La foto che potete vedere è una foto scattata in giro per la città. Nei centri di Madre Teresa è vietato fare fotografie, anche se qualche volta vengono fatte delle concessioni.
Questa immagine è quindi capitata a proposito, a rappresentare la gioia pervasiva che tutti i bambini del mondo sono capaci di esprimere e condividere con libertà quando ve ne sono le condizioni. Sento forte il desiderio di raccontare perché io stessa ne sono stata pervasa, perché tornando a casa ho il doppio dell’energia e sono sovreccitata.  Perché la loro pura gioia inonda e coinvolge. Perché i loro occhi sono quel gancio che ti rapisce per sempre. E per sempre tu vorresti che qualsiasi bambino nel mondo vivesse in condizioni dignitose, in quell’ambiente che permette loro di sopravvivere, crescere, di conoscere l’amore, di sviluppare le loro potenzialità, di avere un’educazione scolastica, per essere un giorno uomini liberi.

Al centro dei bimbi orfani, chiamato Shishu Bavan, ho incontrato un gruppo di “scricciolotti” meravigliosi. Il centro si cura di infanti e bambini sino ai sette e otto anni.  In questo centro sono accolti anche quei bimbi che hanno famiglia, che purtroppo però non sono nelle condizioni di curarsi dei figli. I bimbi sono divisi in gruppi per età ed abilità o disabilità. Le mie colleghe argentine  per esempio, lavorano con bimbi disabili di un anno d’età. Ci vuole grande forza ed un amore immenso per farsi carico di una tale esperienza.
Quelli di cui mi curo io potrebbero avere 3 anni e sono normalmente abili. Mi ritrovo spesso a giocare anche con il gruppo dei più grandicelli. In giardino si gioca tutti insieme. Poi ci si divide in tavoli separati per la cena.
E se domani riuscirò ad alzarmi dal letto sarà sicuramente un miracolo, perché ho passato la prima parte del pomeriggio a far volare una ventina di bimbetti per aria. Ma quando ridono ti inebriano della loro gioia e vorresti sollevarli tutti insieme.
Competevano fra loro a morsi e sberle per rifare “il giro”.
Peccato non parlare il bengalese e non potergli insegnare ad aspettare il proprio turno. Si scannavano all’inizio. Poi però si coccolavano a vicenda se qualcuno piangeva 😀 . Una grande tenerezza 😍 Anime buone e vive!

Ho imparato poi la parola magica: “dara”, che in bengalese significa “aspetta”, “aspettare”, e così mentre fanno la coda cantiamo la parola magica e loro si divertono senza farsi troppo male. Integriamo le regole tramite il gioco. 

I volontari vengono chiamati zio o zia. Sei immediatamente zio di centinaia di bambini. Zia di qui, zia di la, tutti ti chiamano zia 🤗
C’è una bimbetta, di una dolcezza e mitezza infinite. E’ razionale, attenta, intelligente, precisa. Con un sorriso accogliente.
Quando siamo andate in giardino a giocare abbiamo passato il tempo a raccogliere foglie. Poi si è seduta sull’altalena, mi parlava, (non capivo) in modo molto mite, e mi passava le foglie che lei aveva iniziato a spezzettare per me. Io dovevo finire il lavoro di spezzettamento, e poi, per la sua immensa gioia, soffiargliele in volto. 

Grazie mille per essere con me  ❤
Be K-IND, ci vediamo a Calcutta!

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