Manek. La storia avvincente

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Malek new stall drowed by Bob Blatchford

25 Novembre 2018

Manek mi ha raccontato una storia avvincente, magica e un po’ assurda.
La scorsa settimana, Manek ha dato luogo al processo di ampliamento e abbellimento del suo negozio ambulante.
Ora Manek, per 50.000 Rupie, si è fatto costruire un meraviglioso stand in ferro, grande, capiente. Solido. Siamo spettatori di una grande trasformazione.

Il nuovo negozio di Manek
Ho conosciuto Manek sulla strada. È stato Claude a farmelo conoscere perché lui ci va a prendere il caffè. Caffè fatto con la moka. Manek è dotato di tre caffettiere di media grandezza, più una molto grande (quella da 12). A detta di chi beve il suo caffè sembra proprio che sia piuttosto buono!
Manek si attiene alle regole. Il modo in cui pressa la polvere di caffè nel filtro. La quantità d’acqua. Ha appreso bene le regole per ottenere un buon caffè e le applica doviziosamente.


Quando l’ho conosciuto serviva caffè, chai e biscotti da un baracchino su ruote. Azzurro, molto ben attrezzato. Il baracchino aveva sì le ruote, ma il posto occupato da Manek per il suo lavoro sembrava fisso. In effetti non si sposta da lì da 23 anni. Il baracchino è piazzato lì, di fronte a casa sua. Non si può dire che il suo mestiere abbia dei costi di spostamento.  A Manek basta attraversare la strada per raggiungere il luogo di lavoro. Il suo negozio.
E il suo negozio è anche un po’ casa. Ci mangia, ci guarda i film, ci fa i pisolini. La moglie, le figlie o i nipoti di tanto in tanto lo raggiungono. Il luogo di lavoro è per lui un’estensione della casa e viceversa.
Se Manek ha bisogno di qualcosa come andare al bagno, fare uno spuntino, gli basta passare dall’altro lato della strada, entrare nel vicoletto strettissimo ed ecco che è immediatamente in quello che è stato il suo nido per trent’anni. Il nido dove ha cresciuto cinque figlie e due figli.
Alcuni figli vivono all’estero. Manek li ha fatti tutti studiare. E’ anche nonno da parte di due delle figlie più grandi. Ad oggi ho contato tre nipoti, fra i quindici mesi e i cinque anni.
Ovviamente il baracchino è anche luogo di incontro. E’ come il bar. Ci si va per bere il caffè o il chai, ma spesso e volentieri ci si sofferma a fare due chiacchiere. Per alcuni è il punto fermo della giornata. Conosco molti volontari che tutti i giorni fanno il pit stop da Manek. E Manek è un vero istrione, con le sue storie da raccontare, la sua gestualità.

Attorno al baracchino azzurro con le ruote Manek ha costruito il suo piccolo regno. Tutto fatto a mano, un pezzo alla volta nel corso degli anni. Una tettoia per riparare l’attività dai Monsoni. Un’unità, dove vende sigarette, caramelle, patatine e biscotti in pacchetto, sigarette, tabacco e dove mangia o guarda video sul cellulare.
Alcune cassapanche, che Manek usa sicuramente per conservare oggetti, e dove gli ospiti, i clienti, si siedono a gustare chai o caffè. Sono parallele al bordo della strada, ma posizionate sul retro del baracchino, a creare un’area ricreativa, raccolta, dove puoi vedere il back stage del bar. Manek non serve le bevande di fronte al “bar”. Devi in qualche modo “entrare” nella sua attività, essere con lui mentre ti prepara la bevanda. Tu sei il back stage.
Il chai di Manek mi piace molto, non è troppo zuccherato. I sapori sono bilanciati: la cannella, i semi di garofano, il latte, il tè. Un sapore rotondo e persuasivo. Non mi stanca.
Mi piace come Manek racconta della sua vita. Mi piacciono le sue pause, il tempo che si dedica alla comunicazione. La suspense che crea quando racconta. La sua carne che torna alle sensazioni del passato, il suo stomaco che lavora ancora per elaborarlo. Mi piace la sua saggezza. La sua risolutezza, nelle parole, nel corpo. Nelle azioni. Si vede che è un uomo che si è dato da fare. Il masterpiece, il baracchino azzurro, il primo pezzo dell’intera opera l’ha costruito lui ventitré anni fa.
E la sua storia ha qualcosa di magico. Una di quelle storie che quando intuisci di cosa si tratta vuoi continuare a saperne di più, ancora. Così lui racconta la sua storia.
Manek viene da  una famiglia “benestante”  ma riferisce che i suoi rapporti con il padre non sono mai stati brillanti, anzi sono stati piuttosto turbolenti. Manek, prima di diventare venditore di chai era un autista. Poi un giorno qualcosa è andato storto e si è trovato senza lavoro, con sette figli ed una moglie di cui prendersi cura. Dice che il padre lo aveva diseredato.
“Volevo garantire lo studio ai miei figli, e la situazione in cui mi trovavo era veramente difficile. Così nella disperazione, e nel dubbio ho passato quattro giorni in strada, di fronte alla stanza dove io, mia moglie e i miei figli abitavamo, qui dove ora c’è la mia attività. Ero agitato e passavo il tempo a fumare e a chiedermi come potevo svoltare da questo momento di sfortuna.
Un pomeriggio noto che un turista mi guarda, mi studia. Passa e ripassa lungo la strada, osservandomi. Capisco che vuole qualcosa da me ma esita più volte.
Dopo un po’ di movimenti incerti mi avvicina, si siede e mi chiede se può fumare con me.
E’ spagnolo, parla inglese, gli offro da fumare e una volta finito, iniziamo una conversazione. Mi chiede perché mi trovo in strada e perché piango e sono affranto. Inizio a raccontare e lui mi chiede di fumare ancora.
Lo invito nel retro della casa dove la mia famiglia ha riparo e fumiamo ancora.
La sera mi saluta ed io ritorno in strada con le mie preoccupazioni.
Quella sera io e la mia famiglia contavamo quanti chapati potevamo condividere. Il cibo era poco. Una volta sfamati i bimbi rimanevamo io e mia moglie con poco e niente.
Il giorno dopo l’uomo spagnolo ritorna e ripetiamo il rito del fumo. Ma lui vuole sapere di più, vuole sapere cosa ho intenzione di fare della mia vita, quali sono i miei desideri, quali sono i primi passi che vorrei compiere per dare una svolta a questa situazione disgraziata.
– Io ho un sogno. Un sogno modesto, che mi permetterebbe di provvedere ai bisogni della mia famiglia. Mi basterebbe un piccolo baracchino dove servire chai ai passanti.
E lo spagnolo replica: – e come lo vorresti questo baracchino?
Siamo stati qualche giorno a parlare di come avrei voluto sviluppare questa idea e quest’attività.
Un giorno lo spagnolo si presenta e mi dice: – Ok, andiamo a comprare il legno. Andiamo a comprare quello che serve.
Sono seguiti giorni nei mercati per comprare le assi di legno, le ruote, le assi metalliche di supporto per le ruote.
E poi mi chiede: – Che attrezzi servono? Andiamo a comprare gli attrezzi che servono.
Lo spagnolo sapeva il suo mestiere, era carpentiere. Ma mi testava, testava le mie buone intenzioni. Voleva che io non dessi niente per scontato. Voleva che io fossi presente in tutte le prove.
Abbiamo passato quattro giorni a tagliare assi, inchiodare, assemblare. Non mancava mai il rito del fumo. Ma dopo quattro giorni il baracchino era pronto.
Disegnato da noi, costruito da noi.
Colorato di azzurro.
E ancora lo spagnolo mi chiede: – Cosa vuoi vendere, cosa ci vuoi mettere su questo baracchino? Andiamo al mercato a prendere gli attrezzi  e gli alimenti che ti servono”.

Lo spagnolo compra per Manek , cucinino a olio, teiere, porta biscotti, bicchieri, tè, zucchero, biscotti e tutti gli altri ingredienti per iniziare con la sua attività.
Il giorno dell’inaugurazione Manek serve chai ad amici e parenti, ed ai passanti che accorrono curiosi. Il baracchino è bellissimo e Manek è all’ultimo cielo.
Dal giorno successivo l’inaugurazione Manek ha rimboccato le maniche e si è dato da fare, migliorando di anno in anno il suo spazio di lavoro ma anche la casa  e garantendo salute ed istruzione alla sua famiglia.
Negli anni la sua stazione di lavoro si è arricchita di diversi altri elementi. Le cassapanche, un banco di vendita a destra della struttura principale, un frigo. Ora, con la nuova struttura in ferro, di un azzurro nuovo di pacca Manek ha completato questa grande zona di ristoro in Sudder Street. Manek dice che adesso è pronto ad affrontare i prossimi 30 anni.
Ho chiesto a Manek se fosse rimasto in contatto con lo spagnolo, se lui sia mai ripassato da Kolkata per salutare. Ma no, lo spagnolo non è più tornato. Ha sì lasciato un segno, ma è andato via senza lasciare traccia di sé.

Ancora oggi sono affascinata e stupita dalla successione degli eventi perché Manek mi ha raccontato questa storia mentre lo osservavo allestire il nuovo negozio. Ricordo che erano i giorni in cui i carpentieri arrivavano in strada con le lastre di ferro e le tagliavano per saldarle alla struttura che nel frattempo avevano già costruito. Manek aveva già liberato e messo da parte il vecchio baracchino, ormai svuotato da tutte le caffettiere, i barattoli, e i bicchieri. Era lì vuoto, in strada. Così ho potuto goderne la bellezza di oggetto usato intriso della storia di una vita. Io la storia ancora non la sapevo, ma potevo immaginare per quanti anni questo oggetto aveva fatto parte della vita di Manek.
Le ruote sembravano andate, sfatte. Parte dei piani di legno usurati, mangiati dall’umidità.
Ma quell’oggetto, quel carretto mi suscitava una tale emozione.
E così dico a Manek: – Manek, non ti da dolore lasciare andare questo baracchino? Insomma, deve aver rappresentato molto per te. Di sicuro è  stato il tuo luogo di lavoro per anni. Lo posso vedere, è bellissimo, racconta una storia. Ha un suo fascino. Ma che ne farai? Non dirmi che lo vuoi buttare. Non puoi buttarlo. È troppo bello.
Lui ride e capisce quello che dico perché lo sa meglio di me, che ignara non conosco la storia del carrettino e mi risponde : – Ho lavorato con questo trolley ventitré anni.
Io:- Insisto Manek non puoi buttarlo. Lo vuoi vendere? Troviamo qualcuno che lo voglia.
Lui con gli occhi luccicanti come se qualcuno avesse rapito i suoi pensieri aggiunge con voce severa: – Sì, ma non lo posso dare a uno qualsiasi!
Si infervora: – Deve essere qualcuno che davvero vuole lavorare, uno serio. Non uno che lo compra e rivende i pezzi. Ci vuole uno che voglia lavorare davvero, che voglia cambiare la proprio vita. Che questo sia il punto di partenza per una nuova vita.
Sono eccitata, ora gli occhi luccicano anche a me; siamo sulla stessa linea d’onda: – Manek, troviamo una persona che ha bisogno e che desidera lavorare. Quanto chiedi per il vecchio baracchino?
– Quattromila, cinquemila Rupie.

Mi offro per comprarlo e per donarlo a patto che, come vuole anche Manek, la persona ricevente sia in buona fede. ( vedi qui il seguito della storia )
Gli chiedo di riparare le parti delle ruote che non funzionano, gli lascio qualche soldo per le spese. E il giorno dopo le ruote sono riparate.
Ora siamo complici in una storia che ha qualcosa di karmico. Una storia che si ripete, che è fatta di buoni intenti e voglia di innescare un cambiamento.
Ora può raccontarmi la storia del vecchio baracchino con le ruote e mentre racconta comprendo da dove arriva la bella energia del baracchino azzurro.

IMG_0390
Il vecchio baracchino di Manek aspetta un nuovo proprietario

Grazie mille per essere con me  ❤
Be K-IND, ci vediamo a Calcutta!

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